martedì, 17 aprile 2007

MrsOlga scorazza sul suo Kimko verde pistacchio a 40 all'ora (per il Kimko trattasi di alta velocità) in giro per le strade della capitale. Si è appena fatta fuori un cornetto al cioccolato più tramezzino funghi più spremuta. Per questo è moderatamente serena e soddisfatta della vita. Improvvisamente una raffiica crescente di pensieri negativi le mitragliano la testa:
1)guerra in Afghanistan (rattristamento generico)
2)  guerra in Afghanistan+ guerra in Iraq con retropensiero alla Somalia (faccia di olga con occhio all'ingiù)
3) tutte le guerre del mondo planetarie cosmiche (emoticon tristezza avanzata)
4) il buco dell'ozono, più annnesso senso di colpa per aver usato la lacca prima di uscire che tra l'altro l'ha dotata di una capigliatura alla seilor muun. (entrata in stato di depressione)
5)per assonanza col buco dell'ozono, quelli che si bucano e poi muoiono. (primi sintomi da sindrome della Franzoni)
6)per assonanza con quelli che si bucano, Mastella

Su Mastella, la Olga scoppia in un pianto ininterrotto a fontana con singhiozzo incorporato. Non vede più una cippa. Si ferma al lato della strada, scende e si accascia disperata su una panchina a piazza della Repubblica. Si fermano in ordine:

1)un pensionato ottantenne al 73esimo giro della piazza
2) un vu' cumpra' senza permesso di soggiorno
3) un'americana di 123 chili
e a seguire: una scolaresca di Brescia in gita turistica, il coiffeur di un albergo, il controllore del 93 .

La Olga a quella scena entra nella fase ipocondriaca ed emette dei singulti ininterrotti. Quando il pensionato dice: signorinasusunonfaccacosìchelavitaèbella, Olga propende irrimediabilmente verso il suicidio.
A quel punto con l'occhio acquoso intravede un'imagine, una pubblicità con le montagna e i prati e le mucche
Pensa in ordine:

1) che carine le mucche
2) mogli e buoi dei paesi tuoi
2) entrata nella fase bucolica: odore di margherite, cime innevate, mulini a  vento, faggiolicarotepizzelli
3)riconciliazione con il mondo-pisenlov-iopensopositivo
4) l'amore cosmico e universale delle genti delle razze e dei popoli degli usi e dei costumi e per finire special guest
3)  Mastella  mentre corre sui prati di Ceppaloni con sottofondo musicale casa nella prateria

La Olga scatta in piedi, sfodera sorriso congelato berlusconiano 182 denti, abbraccia le tette dell'americana, compra 32 collanine al vu' cumprà, si fa una pomiciata col nonno,
monta sul Kimko e sfreccia via, cantando A E I O U Ipsilon.

Il giorno dopo a Olga le viene il ciclo



 

 

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categoria:storie, so propio trendi
mercoledì, 04 aprile 2007
Lei pensò che quella marmellata sapeva proprio di uva e fragole, e che Firenze doveva essere bella d'inverno, senza quel caldo invadente che le strizzava i capelli. Doveva essere come una specie foto in bianco e nero o un passato prossimo che non diventa mai remoto, qualcosa di lontano ma non troppo, sensuale e livido.
 Chiaverini, ripeteva dentro di sè.
 Sembra il nome di un ferramenta, lucchetti e chiavi, e combinazioni. 
Lui le passò la marmellata qua e là, in punti ortogonali che orano erano dolci e mielosi. Poi la assaggiò, con la cura di un pasticcere che per non rovinare l'opera, porta via un granello, uno solo, sotto, di panna e crema.
 Gli attimi sono più attimi quando fa caldo e fuori suonano le campane.
 La luce disegnava origami sul suo corpo.
 Lei intravide qualcosa sul muro, uno spezzone di vita qualunque. Bisognerebbe incatenare il tempo, in certi momenti a Firenze quando fa caldo. Bisognerebbe non lasciarlo andare, e rubarlo al resto, ai gesti consueti, alle frasi di circostanza, ai refrain di modo e maniera.
 Ma lui era troppo umano, e lei anche, e quando furono uno dentro l'altro, scordarono di essere infiniti.
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categoria:storie
domenica, 26 novembre 2006

Che poi a me la campagna mi è sempre piaciuta. Che vorrei invecchiare sotto un cedro, tra un'amaca e un pozzo da cui guardare dall'alto per sentirmi un po' bambina, a novant'anni. E cenare sotto la luna, e scrutarla dal biccheire di vetro. Uno di quei bicchieri grandi, comprati a un mercatino, dove si sono posate sopra altre labbra, labbra di contadini, uno di quei bicchieri che più li lavi più sanno di scaffali e polvere.
E rimanere giornate a perdere il tempo, ma non come mi capita ora, che non ne ho rispetto, e lo lascio andar via per capriccio, ma perderlo con cura e gentilezza, come lo perde un' anziana, che non ne ha più molto.
Vorrei una poltroncina rossa, comoda ma piccola, che mi avvolga come una mano, e osservare il silenzio, senza averne più paura.
Vorrei un tavolo grande di quercia, con i buchi dei tarli grossi come ciliege, con i piedi quadrati a reggere la terra, con trenta sedie di vimini, ognuna diversa dall'altra, con i filamneti saltati come le corde di una chitarra, e guardando ogni sera una sedia per volta, chiamare alla memoria un volto, una storia, una vita.
Ti ricordi di Paolo? Sì, ricordo. Aveva la erre moscia e le mani da chirurgo, e un passato lontano, chiuso nei cassetti, e quando lo tirava fuori piangeva, piangeva.
Vorrei camminare scalza, sporcarmi i piedi di fango e le mani di ruggine, e accarezzare gatti di fantasia. E invecchiare un po' incolta come l'erba, ma con compostezza e dignità, in mezzo al vento e ai platani.
Vorrei cominciare mille libri che non ho mai letto e non finirne neanche uno, perché le storie lasciate a metà mi fanno sentire un po' eterna.
Vorrei un letto semplice e bianco, da sgualcire per sentirmi viva. E anche una pentola di rame annerita sul fondo, che sa di polenta e mele.
Le foto non le vorrei, che le foto sono spietate e odiose, con quella stupida pretesa di mettere il passato in vetrina.
Vorrei starmene un po' così, a cercare di vedere quello che non ho mai visto. A giocare con me, a ridermi su, a travisarmi e  se ci riesco, a perdonarmi.

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categoria:storie
mercoledì, 22 novembre 2006

The end

Scena del film:

-Lei: mi dispiace, ma non possiamo più. Ci abbiamo provato, ma io non posso più vivere così, tra i tuoi silenzi e le assenze, amando un fantasma. Ho provato a parlarti, ma siamo lontani e distanti e io nella tua vita non ci sono mai entrata. Solo ora me ne accorgo. Solo ora mi accorgo delle mie illusioni. Solo ora capisco quanto siamo stati e siamo soli. Ed è così assurdo sentirsi soli quando si ama, anche se l'amore a suo modo riscalda il cuore, e comunque da domani avrò più freddo. Addio
("addio" pronunciato al gate di un aeroporto, lei si volta in moviola, si intravede una lacrima, e scompare nel tunnel che la inghiottisce. Lui rimane fermo, per un minuto, gli occhi di ghiaccio).
-
Lui: Aspettaaaaaaa.........!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
(prova a forzare il blocco, fa fuori due della sicurezza aeroportuale a colpi di karate, salta  le barricate, mette ko uno gruppo di poliziotti incazzatissimi, spranga a colpi di spallate una porta, imbocca sulla pista, dribbla un Boeing 747, fa fuori il pilota di un'automobilina, guida all'impazzata fino all'aereo, che però è in partenza, si arpiona al volo a un punto della pancia, si fa tutto il viaggio Roma-Parigi così, lo centra uno stormo di piccioni in bassa quota e in alta  un fulmine, atterra all'aeroporto di Roissy e anche se è sopravvissuto all' ibernazione è bellissimo,fichissimo, tutto issimo, lei scende dalla scaletta, lui le si getta ai piedi e fa..)
-
Senza di te non posso vivere. Ti amo

Bacio

Scena della vita reale:

-MrsOlga: mi dispiace, ma non possiamo più. Ci abbiamo provato, ma io non posso più vivere così, tra i tuoi silenzi e le assenze, amando un fantasma. Ho provato a parlarti, ma siamo lontani e distanti e io nella tua vita non ci sono mai entrata. Solo ora me ne accorgo. Solo ora mi accorgo delle mie illusioni. Solo ora capisco quanto siamo stati e siamo soli. Ed è così assurdo sentirsi soli quando si ama, anche se l'amore a suo modo riscalda il cuore e comunque, e da domani avrò più freddo. Addio
(addio pronunciato sulla Tiburtina, nella Panda di lui. Il cielo è nero, diluvia, e i trans accendono un focherello per scaldarsi. Lei si volta in moviola, le scende una lacrima..)
-Aspetta!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
-
Sì?........................................................
-Al fantacalcio, il giovedì, ti ci conto ancora?????

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categoria:storie, trentenni, quarantenni
mercoledì, 04 ottobre 2006

Come se non bastasse con noi viaggia Benito. Benito non è un gatto, è un ammasso di peli cotonati. Ma soprattutto, Benito è nero. Salendo sull'aereo  lo avevo avvvistato, il bastardo, stipato in una gabbietta tra la porta del bagno alla turca e la valigia Louis Vuitton made in China dell'hostess russa.
Ero riuscita a nasconderlo alla vista della Lollo, avvinghiandomi a ventosa alla porta del bagno e fingendo un attacco di colite renale secondo grado della scala Mercalli. Per fortuna durante tutto il viaggio riesco a spacciare alla Lollo i miagolii per enfisema dell'hostess russa.

Il pilota atterra che manco Tom Cruise in Top Gun. Per la Lollo ormai ci vuole l'esorcista,  bestemmia in hindi e fa scongiuri a due mani nelle zone genitali. L'aereo cala in picchiata mentre il pilota quattordicenne si fa una lattina di Vodka absolute con l'hostess, che a noi c'ha appena rifilato del succo di arancia polacco scaduto. Facciamo gli ultimi 10.000 metri in 45 secondi

Non so come e perché, e per quale intervento divino, ma atterriamo. Sono stravolta, se avessi fatto sesso con l'uomo Tigre 18 volte di fila, sarei più riposata. Che a me l'uomo Tigre, non so se ce l'avete presente, quello dei cartoni animati, mi ha sempre fatto sangue.
Per riprendermi, decido di viziarmi con una specialità tipica siciliana, e nel desolato bar dell'aeroporto di Pantelleria  mi sparo un supplì cancerogeno prodotto tre mesi prima da un'azienda del varesotto e spacciatomi per arancino alla modica cifra di 5 euro e 30. Poi io e la lollo ci abbandoniamo esangui su una panchina fuori all'aeroporto. Sembriamo thelma e louise, ma in versione trash. Tutto intorno tira la bora.

Dopo 45 minuti di attesa vengono a prenderci Andrea e Alessandro (più al seguito due calabresi rimorchiate in una trattoria di Vibo Valentia) in pieno stile Briatore: camicia bianca sbottonata, pantaloncini pinocchietti a quadri, occhiali a specchio 17 pollici. Ci stipiamo nella Clio annata 86, e sgommiamo via così, con colonna sonora di Shakira.

Il cielo è plumbeo, pioviggina, e la nebbia avvolge l'isola. I colori variano dal grigio topo chiaro al grigio topo scuro satinato. Dopo una ventina di minuti, passati con il gomito di una calabrese piantato in zona ascella e il poggiamano conficcato nella cistifellea, la Clio si inerpica su un piccolo viottolo. In alto, su una collinetta, si erge la nostra casa.  

E' una costruzione anni 50, bianca, abbandonata. Praticamente un rudere, probabilmente un luogo di riti orgiastico-satanici. Poichè l'isola è selvaggia, ma soprattutto in considerazione del fatto che quella è l'unica abitazione libera a Pantelleria, concordiamo che chissenefrega, bisogna pur calarsi nello spirito del luogo, e se pure l'acqua non è potabile ma emette vapori tipo fogna di Calcutta, pazienza, questo rende tutto più eccitante, e che se lo sciacquone non funziona, che vuoi che sia, anzi, è un'esperienza indimenticabile far deflluire i residui organici con tecniche idrauliche alternative e d'avanguardia (leggi: prendi un secchio, riempilo d'acqua - di fogna - e allagaci il water), e se pure circolano delle pantegane travestite da mufloni, è il fascino della natura selvaggia. E che in finale noi siamo una generazione consumista, che ha dimenticato alcuni valori. Che non è più abituata ad ascoltare il rude richiamo della natura. E che bisogna recuperare un rapporto perduto con le cose semplici.

"Porca troia, i cellulari non pijjano!!! ".

L'urlo di disperazione si espande per la collina. Nel gruppo cala un silenzio funereo. La Lollo mi guarda con occhio acquoso. So che per lei soprattutto è un duro colpo. Vorrei provare a  dire, trovare le parole. Ma non ci riesco. 
L'unico a reagire è Andrea, il Jerry calà del Torrino. Comincia  a perlustrare la zona, batte ogni angolo, il braccio in alto, teso, alla ricerca di un segnale amico. Si inerpica su sassi appuntiti, sugli alberi, sul tetto. Niente. Poi, d'un tratto,  ha un'idea geniale: la piramide umana. Si decide di comune intesa che io e Alessandro, visto il peso, facciamo la base . La Lollo fa l'antenna. Dopo un quarto d'ora in posizione 642 del Kamasutra il cellulare emette un flebilo biiiip. La piramide umana funziona,  oddio, non sempre, ma quando il vento tira da Sud-Est funziona. Ci stringiamo, ci abbracciamo, Andrea  nella mischia prova a infilare la lingua da qualche parte, ma bisogna capirlo, è un mometo di rara commozione....

Intanto cala la notte.....

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categoria:storie, le fashion girlsssssssss
martedì, 29 agosto 2006

Quando si dice una vacanza da paura

Dunque, diciamolo subito: la vacanza è andata bene: le meduse che imperversavano  colpendo chiunque a casaccio con il loro liquido urticante a distanza, mi hanno schifato, ho rimorchiato un surfista metà vichingo metà palermitano dall'occhio a triglia, il capello biondo e fluente e dimistichezza con la grammatica italiana quanto una filippina dislessica, e sono dimagrita etti: 0,43 periodico.

Eviterò di dilungarmi sui particolari, per senso di umanità in particolar modo verso chi ha passato le vacanze con il fidanzato in piena versione carapuccipuccicomemirilassoconte: canotta, sandalo crucco con unghia del piede ad artiglio alla Cher, pelo arricciato con grumi di salsedine incorporati, materassino giallo vomito comprato con Gente, sesso il week end uno sì uno no per non sfasare i ritmi.
Eviterò di raccontarvi che il vichingo in questione era uno che sopra la sua pancia ci potevi giocare a dama, che aveva una villa che Villa Certosa in confronto è un bungalow e che cavalcava al tramonto su un cavallo bianco (vabbè, questa me la so' inventata, però cavalcava).

Ma una cosa non posso esimermi dal raccontare: il primo giorno a Pantelleria.
Dunque, partenza alle setteecinquanta, sveglia alle sei, che già per me è un trauma che l'unica volta che mi sono alzata a quell'ora era durante il terremoto dell'86, ma mi sono svegliata solo per rotolarmi dal piano superiore del letto a castello a quello inferiore, che almeno non si muoveva come il tagatà.
Avendo chiuso ermeticamente la valigia con immani fatiche dopo ripetuti carpiati per schiacciarla a dovere, mi accorgo di non avere più uno straccio da mettermi per la partenza. Compro da una bancarella al volo un vestino per la modica cifra di 3 dico 3 euro, così composto: tubino con scollo all'americana taglia 38, gonna a palloncino taglia 46. Il tutto guarnito da ricami con fiorellini pesca e pizzo a gogò. Ovviamente il tutto di plexigas riciclato. Per dare il tocco di grazia, indosso un cappello di paglia. Vestita come Rossella O'Hara prendo posto in aereo vicino alla lollo (in versione festa a Ibiza con minigonna, scarpe alla schiava e maglietta con brillantini con su scritto "I'm cool. And you?").

La Lollo è in evidente stato di agitazione. Suda freddo, sorride spasmodicamente a chiunque, tamburella cone le dita sulla testa di quello davanti, che sembra gradire. La cosa è sospetta. Appena l'aereo decolla, comincia  ad ansiamare e sbavare tipo San Bernardo a Copa Cabana il 15 di agosto, grattugia con le unghie metà sedile e scava con i piedi. Ma quando sia attorciglia i capelli con un filo interdentale, capisco che la cosa è grave. La lollo e il capello liscio sono la stessa cosa. Sono due equazioni. La Lollo può accettare qualsiasi sopruso, qualunque ingiustizia universale si riversi sulla sua persona, ma non le scompigliate il capello liscio che diventa peggio di Alvaro Vitali.
La crisi di panico dura per due ore. Due ore d'incubo durante la quale la Lollo rimane avvinghiata su di me esternando le sue fobie a tutti i presenti urlando a ruota libera: "Oddio, si è rotto il motore!!!!!" "Moriremo tutti!!!!!!!!!!!!!" "L'hostess è una troia!!!!!!!!!!!!!" e così via via degenerando nel delirio e nel turpiloquio sempre più.

Provo a tranquillizzarla, spiegandole che in fondo se anche fosse prima o poi si deve morire in qualche modo, e che anzi nella classifica delle morti quella sull'aereo non è mica messa maluccio, dopo:

- essere segati, fatti a pezzi e messi nel congelatore di un ristorante cinese
- rimanere impigliati a una porta del 73 notturno ed essere trascinati per tutta via Tuscolana perdendo qua e là brandelli di ossa e carne
- morire soffocati da un'alga di Wanna Marchi

Nonostante la buona volontà, i miei tentativi di tranquillizzarla non sortiscono l'effetto sperato. Per fortuna il viaggio dura poco.
Ma il peggio doveva ancora venire...E la paura, quella vera, ci attendeva sulla soglia...

Continua...









 

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categoria:storie, le fashion girlsssssssss
venerdì, 07 luglio 2006

Torno avvilita al mio posto. Ricevo una ventina di strette di mano maschili e due richieste di matrimonio. L’arringa dal pulpito mi costerà l’appellativo di “ei, tu donna” per tutta la serata. L’Uomo del Monte mi osserva commosso con lo stesso sguardo acquoso che sfodera al cospetto di un panino con la porchetta. E poiché io credo di assomigliare a una porchetta ma solo in senso lato, temo si sia innamorato di me.

La Lollo mi accoglie al posto con un sorriso beffardo, il  vestito rosso da una sirena Manhattan e l’abbronzatura alla Donatella Versace, modello bruschetta carbonizzata al pomodoro.  La Talpa è invece azzeccata al suo uomo come un acaro e piange a intermittenza, elargendo muco sul tait del vicino. La Panicucci è intenta a messaggiarsi con il suo nuovo fidanzato, un raro esemplare di uomo anni 80 da film di De Sica con collo di camicia tipo muraglia cinese, occhio a mezz’asta e bicchiere di gin lemon incorporato. Sfuggito magistralmente alla cerimonia, si sarebbe presentato già ubriaco verso mezzanotte al momento dell’open bar  sottofondo Alan Sorrenti.
Minki (neosposa da appena sei mesi)vestita come una torta mimosa al gusto puffo è in evidente stato di delirio sentimental-lirico alla Passerotto non andare via. Il marito, Giorgios’èfattanacerta, è intento a discettare con l’operatore delle luci sulla forma alquanto sferoidale delle natiche della cugina della Nutria, l’unico deretano femminile italiano che si erga a un’altezza di 1 metro e 65 e punti verso l’alto.

A un certo punto l’obiettivo della mia telecamera si ferma su qualcosa di grande  e rigoglioso e misterioso, che dopo un’attenta analisi spettroscopica rivelasi essere una cerniera di pantalone. La cosa sembra interessante. Vorrei zoommare oltre ma non posso, e quindi con immenso rammarico allargo. Al mio cospetto mi appare la sagoma di un uomo tre quarti Miki Rourke  un quarto Jhon Holmes , occhio da husky, sorriso dentato alla Hu Grant. Il miei ormoni  mi ricordano che sotto i peli alla Rosi Bindi e i polpacci alla Sebino Nela, in me c’è una donna….E lui, il bonazzo, mi sta guardando...sì, sì,guarda proprio me…


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categoria:storie, le fashion girlsssssssss
martedì, 30 maggio 2006

Anna si guardò intorno. Guardò il sole, guadò se stessa sotto il sole. Le capitava così, di sdoppiarsi come petalo di fiume, e si vedeva da una lente di ottica microscopica, ora vicina ora lontana mille anni luce. Da sè, dal resto. Da quel clamore da circo, dagli sguradi indiscreti e dai sorrisi sincopati.
Anna aveva mani piccole da raccoglitrice di spigole, e vita larga di chi aspetta un figlio che non viene mai. Anna aveva pelle tesa da suonarci una ballata nelle notti d'estate, pelle liscia e sbiadita, pelle da succhiare e mordere come ciliege. Anna sapeva chi era, ma non ricordava come. Lo aveva dimenticato un giorno, su un letto qualunque.
Anna ballava spesso, sotto la luna; ballava come fosse sola, le mani larghe e tese ad acchiappare l'aria, una danza vorticosa sopra vulcani spenti. Anna aveva piccole rughe che camminavano come formiche, accenni di passato fatti di matita.
Anna aveva la sua storia appiccicata addosso, e più ci soffiava sopra e più la sua storia di silicone aderiva, aderiva, aderiva.
Anna aveva capezzoli di aghi di pino e mille nasi senza una sola forma.

Il suo uomo invece sapeva di rete di pescatori, di vongole e maree. Aveva gli occhi fugaci e lenti di chi aspetta il giorno sempre alla stessa ora e beve te' in tazze giganti da 3 euro a pezzo. Il suo uomo non era suo, non lo era mai stato. Ma le persone di chi sono se non di chi le ama in quel modo struggente, così, senza tregua, senza più sangue nelle vene, senza appigli?  Deve essere così, per forza. 
Che poi non lo voleva mica intero, il suo uomo. Si era scelto un pezzo piccolo piccolo, un simulacro silenzioso e nascosto, dove farsi scopare e pregare. Ogni mattina lo lucidava con la lingua e con occhi di seta e miele.
La sera poi lo coricava su un lato, vicino a sé, e gli raccontava il suo nome.

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categoria:storie
lunedì, 29 maggio 2006

Il gruppo si sparpagliò ovunque. Qualcuno (forse una treccia bionda) passava davanti una finestra al secondo piano, un'ombra scompariva dietro un angolo, un angolo qualunque di pietra e polvere, un angolo di mani e di nascondigli. Lui indossò un cappello. Di là risero.

Il casale era un caseggiato di mattoni e pietre, un rustico elegante e curato, da spot di biscotti al miele. Il casale sapeva di storie di turisti, valige e grida di bambini, gente ricca che viene da lontano, che compra il bello, ma non questo bello qui, di uliveti e colline e vento, ma un bello  da ricostruzione, un bello post-moderno, un bello da design di acciaio e specchi.

Inerpicato sulla collina, il casale aveva occhi che guardavano l'infinito ovunque, e prati e fiori, e alture e piani e di nuovo colline. Le colline entravano dentro e dentro era antico e nuovo isieme. Conviveva il frigorifero mastodontico e modernissimo dotato perfino di vano titraghiacci, assieme alle travi tarlate e al pergolato di tende di lino.

Il casale si andava riempiendo. Un'automobile dietro l'altra sul viottolo, e gli spazi prendevano vita, mani che toccavano cornici, spostavano ante e bicchieri, tinitnnii, voci a dire "Che bello" a ogni respiro, respiri a ritmo di passi, e sguardi pieni di chi aspetta una festa.

E su tutti, il sole. Un sole tondo da uovo, che scalda senza bruciare, che penetra ovunque, che assopisce i ricordi brutti, che fa sorridere. Un sole dolce. Dolce.

Simona 
 aveva già addosso il costume. Attorno alla piscina era un brulicare di parei e cosce. Qualcuno si tuffò, e l'acqua staripò sul prato. Le voci si alzarono in volo, e l'aria si riempì di storie raccontate e confidenze. Ognuno aveva una sua di storia, recente o passata, ma quello era il momento in cui riaffiorano le cose a metà, in bilico tra ieri  e oggi, come a non volersi fare troppo del male. Come quando vuoi vivere e basta, senza pensarci. Un vento fresco sparpagliò dei fogli, la lista delle cose da fare. E fu così che le-cose-da-fare si trovarono d'un tratto in ordine sparso. Poco male, non c'era fretta né matematica in quel giorno di uovo.

Giulia pensò che le mancava il suo uomo. Non troppo, in verità,un po' così, come chi si allontana sapendo di tornare ma tardi, con quella punta di malinconia che apre il cuore invece di stringerlo e soffocarlo. Come gli arrivederci dai finestrini dei treni che non vanno lontano, che sono teneri e gentili, così diversi dagli addii strazianti,ingiusti e soli.

L'ora della festa si avvicinava

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